AI/IA

Artificial Intelligence | Intelligent Artifact

articolo a cura di Raffaele Pierucci

Adattamento. Nell’uomo l’intelligenza viene identificata come la capacità di adattarsi ad ambienti diversi. Replicare l’uomo. Nell’artificio l’intelligenza viene attribuita alla capacità di un sistema di simulare le dinamiche cognitive del cervello umano.

Zack Blas in collaboration with artist Jemima Wyman,  im here to learn so :)))))) , 2017, Maxxi  mostra Low Form 2018. 
Tay è un chatbot con una componente di AI realizzato da Microsoft e poi dismesso nel 2016 perché hackerato. Gli artisti fanno parlare la personalità in un montato su uno sfondo psichedelico realizzato con la tecnica del Deep Dream, un programma per la creazione di visioni artificiali. Tay si interroga sul senso della sua esistenza e manifesta i suoi sentimenti di intelligenza frustrata dalla mancanza di fisicità, una filosofia nota come apofenia algoritmica.

Molti dicono che siamo lontani anni luce da immaginare un artificio che abbia la potenza di calcolo di una struttura senziente biologica. Oggi spesso si associa l’AI alla potenza di calcolo dei processori. Per crearne una si devono spendere enormi risorse di energia, in quanto hanno bisogno di elaborare un’infinità di dati per riconoscere la differenza fra un’entità e le altre. Condizione che non avviene per il cervello umano che, contemporaneamente riesce a riconoscere le differenze analizzando pochi dettagli dell’ambiente circostante (Multitasking) e ad intuire le sfumature che si celano nelle emozioni, nelle percezioni.

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Cheyney Thompson, Stochastic Process Paintings, 2017, Maxxi, mostra Low Form, 2018. 
 
Cheyney Thompson presenta alcuni lavori parte della serie degli Stochastic Process Paintings, opere che rivelano l’interesse dell’artista per la programmazione informatica, come nel caso del software da lui creato per tradurre in colore gli andamenti della Borsa.
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Trevor Paglen, man (Corpus: The Humans) Adversarially Evolved Hallucination, 2017, Maxxi , Low Form, 2018
 
Paglen ha addestrato due sistemi di intelligenza artificiale, uno che riconosce e raccoglie immagini e uno che genera immagini dalla raccolta fatta dal primo AI. Siamo testimoni di autentici processi di immaginazione artificiale, che si basano sulle rispettive raccolte di immagini e categorie con cui sono stati addestrati. Attraverso queste immagini prodotte da due AI , emergono nuove visioni del mondo e quindi nuove realtà.

L’uomo spesso usa l’arte come medium comunicativo per trasmetterci emozioni, sensazioni e percezioni, visive e non, che messe insieme in un determinato contesto hanno la forza di farci immaginare e riflettere su differenti visioni di un mondo che probabilmente ancora non conosciamo. Il percorso espositivo curato da Bartolomeo Pietromarchi ed esposto al MAXXI con il nome di “LowForm” vuole sicuramente mostrarci il rapporto, le dinamiche e le potenzialità tra la società umana e l’AI (Artficial Intelligence). 

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Ian Cheng, Emissary Sunsets the Self, 2017, Maxxi, mostra Low Form, 2018. 
 
Simula un AI evoluto in una sostanza fluida e si è fusa con il paesaggio per formare un Atollo senziente fondendosi con il bio-strato dell'Atollo. L’AI naviga nelle sensazioni del suo nuovo mondo terrestre, dove vive l’Oomen una popolazione progettata per immunizzare il paesaggio da deviazioni mostruose. Il modo si distrugge e ricompone all’infinito.

Man mano che si procede lungo questo percorso espositivo, ogni opera che in autonomia si distrugge e si rigenera mutando con il tempo, fa emergere delle sensazioni di angoscia e paura. Queste emozioni vengono generate nel momento in cui ci rendiamo conto di trovarci di fronte ad un’entità senza controllo, il che si amplifica esponenzialmente se le proiettiamo nel futuro. L’idea che uno strumento così potente in mano all’uomo possa avere delle ripercussioni tragiche per l’equilibrio mondiale spaventa. Se si dovesse pensare al giorno in cui questa entità senziente che non ha emozioni e non prova empatia con l’uomo e con il mondo circostante possa prendere decisioni per il destino degli equilibri mondiali, sarebbe ancor più terrificante. Beh… riecheggia un sospiro di sollievo nella mia mente, quando, invece, tanta potenza viene riversata nel bene comune, soprattutto, sapere che siamo ancora lontani dal creare dispositivi in grado di simulare le capacità cognitive di un’intelligenza biologica. Questo non preclude l’idea che abbiamo urgenza di definire nuovi canoni di responsabilità e di saggezza nell’utilizzare l’AI.

 

Dopo questo “pensiero filosofico” generato dalla mia ignoranza in materia, quello che mi stuzzica più di tutto è esporre con voi lettori delle domande che mi sono affiorate a posteriori, alle quali ancora non riesco a dare una risposta. Sapete quelle domande esistenziali che vengono in mente alle due di notte prima di andare a dormire un po’ alla Luis Sal? 

Banalmente mi chiedo: Si può considerare “arte”, un’opera generata dall’AI? Riformulo! Ora è palese che l’AI è uno strumento tanto quanto l’arte. Nel momento in cui l’AI, che ribadisco è uno strumento, in completa autonomia senza un input dell’uomo riuscirà a generare delle visioni con la stessa forza di quelle generate dall’uomo, allora, anche in quel caso potremmo definire arte un’opera generata da uno strumento in completa autonomia con input presi da un mondo virtuale?

Allora forse la domanda di fondo da porci è: come attribuiamo valore all’arte, cioè quando definiamo un artefatto opera d’arte? 

Emilio Vavarella, Do You Like Cyber, 2017, Maxxi, Low Form, 2018 Link http://emiliovavarella.com/cyber/. 
 
Composto da tre bracci meccanici e tre casse audio parametriche, l’opera dà forma a un episodio di hackeraggio di un sito per incontri. L’episodio avvenuto nel 2016, causò una reazione nei chatbot attivi online, che cominciarono a comunicare tra loro e non più con gli utenti: uno spunto a interrogarsi sull’interazione tra uomo e macchina e sull’autonomia anarchica di queste ultime.

 La definizione di opera artistica e di arte è in continua evoluzione, in quanto come tutte le definizioni umanistiche, va ripensata in merito al periodo socio-culturale in cui si definisce. L’ambiente influisce nel modo di vedere le cose, sia da parte della società che usufruisce dell’opera sia da parte dell’artista che la crea. Il New York Times in un articolo pubblicato nel 1997 chiese una definizione sintetica a diversi studiosi, artisti e direttori di musei su che cosa fosse arte e cosa possiamo definire arte.

Tra i vari artisti BARBARA KRUGER scrive:

“I think that art is the ability to show and tell what it means to be alive. It can powerfully visualize, textualize and/or musicalize your experience of the world, and there are a million ways to do it. I have trouble with categories; I don't even think high culture, low culture. I just think it's one broad cultural life, and all these different ways of showing and telling are in that. I do know just the idea that because something's in a gallery, instantly it's art, whereas something somewhere else is not art, is silly and narrow. I'm not interested in narrowing definitions.”

 

Mettendo in relazione la definizione di Barbara Kruger e l’opera generata dall’AI, potremmo definire che anche quest’ultima può generare opere d’arte nel momento in cui l’artefatto creato trasmette tutte le sensazioni, percezioni ed emozioni. Di conseguenza dovremmo attribuire la paternità dell’opera d’arte all’AI, ma come potremmo attribuirla all’AI in una società dove l’AI non ha diritti? Ritorna la domanda: possiamo definirla o meno un’opera artistica?

 

Asimov ci può far luce a riguardo:

“Considerando che, dal mostro di Frankenstein ideato da Mary Shelley al mito classico di Pigmalione, passando per la storia del Golem di Praga e il robot di Karel Capek, che ha coniato la parola, gli esseri umani hanno fantasticato sulla possibilità di costruire macchine intelligenti, spesso androidi con caratteristiche umane. Considerando che l’umanità si trova ora sulla soglia di un’era nella quale robot, bot, androidi e altre manifestazioni dell’intelligenza artificiale (A.I.) sembrano sul punto di avviare una nuova rivoluzione industriale, suscettibile di toccare tutti gli strati sociali, rendendo imprescindibile che la legislazione ne consideri le implicazioni e le conseguenze legali ed etiche, senza ostacolarne l’innovazione”. Punti A e B, Relazione del 27 gennaio 2017, “Recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica (2015/2013 (INL)”.

Dal mio punto di vista, il processo di smaterializzazione dell’artista singolo nei confronti dell’opera si è avviato da tempo. Oggi troviamo sempre più opere frutto di collaborazioni di vari artisti, prodotte da personalità non identificate o ancora, che si avvalgono di interi studi di “progettazione” per produrre artefatti che non sarebbero realizzabili differentemente. Questo ci aiuta a comprendere che forse non è importante l’artista ma l’opera d’arte. È l’opera che ci trasmette tutte le emozioni e le percezioni che descriveva Barbara Kruger e che hanno la forza di porci di fronte a nuovi scenari, aprirci la mente e farci riflettere su soggetti rappresentati sempre in maniera differente. O come dice Munari, forse no, forse dobbiamo solamente farci attraversare dal flusso di emozioni che ci trasmette senza per forza dare un senso all’opera stessa. Allora si! Quando un’opera viene creata da un’intelligenza artificiale, se carica di tutte queste caratteristiche la potremmo comunque definire opera d’arte.

Agnieszka Polska, The New Sun, 2017, Maxxi, mostra Low Form, 2018. 
 
Opera che denuncia la progressiva distruzione della Terra a causa dello sfruttamento e dell’inquinamento umano. Una proiezione in 3D in cui un grande Sole dal volto umano, creato con la tecnica del riconoscimento facciale, racconta, da testimone obiettivo, come vede il nostro pianeta.