GENERAZIONE INDEFINITA

Prefazione di una percezione tra un passato, presente e futuro

articolo di Samuele Severini

selezione fotografica a cura della Redazione

Oggi basta poco per avere la consapevolezza che quasi nessuno si aspetta nulla di buono dal futuro. Una perdita di speranza comune, spesso trasformata in un miscuglio di qualunquismo intellettuale e nichilismo d’oltremondo.

Si fa fatica a capire ciò che ci circonda e di quali siano gli effettivi bisogni necessari al nostro presente: siamo una società figlia della post modernitá, post criticità, post surrealismo, post consumismo, post fancazzismo, o più in generale della post cultura, in cui tutto è mutevole, in costante movimento, in cui l’unica certezza è volatile.

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Albrecht Durer, Adamo ed Eva, 1507, olio su tavola, 209 x 80 cm, Madrid, Museo del Prado.
Un nero denso e avvolgente carica di inquietudine e si contrappone alla gioiosa spensieratezza di questa società ideale. I profili slanciati dei due amanti, si distaccano dalle proporzioni classiche vitruviane per conferire al dipinto maggior eleganza, marcando l’evoluzione stilistica del rinascimento  nordico.

L'attuale crisi ci ha investito su più fronti, o meglio è andata via via ad intaccare diversi livelli della nostra società: da quello economico a quello politico, da quello sociale a quello etico, arrivando ad un globale appiattimento culturale che ha poi scaturito un effetto predominante nel presente. Una rinuncia e demoralizzazione verso il futuro spesso individuata dai sociologi col termine di defuturizzazione, traducibile con una completa assenza di speranza nel futuro.

 

Una tendenza a tratti nichilista verso il domani, frutto di un cambiamento sostanziale nel percepire il ciò che verrà. Un atteggiamento del vivere ascrivibile ad un'incertezza esistenziale che va al di là della semplice precarietà divenuta ormai professione: un modo nuovo di concepire l’occupazione e la formazione stessa, in cui il carattere predominante è la re-invenzione, la creatività e la duttilità. Non c'è più spazio per l’idea del “andare a bottega” o di una prospettiva futura, figlia di una propria visione strategica: l’unica strada è la via dell’esperienza, atta all’affinamento delle skills personali, intrise di malleabilità deformante e una grande multidisciplinarietà. Un approccio nuovo alla formazione, che va a rispondere ad un nuovo bisogno del tempo definito come “cambiamento di segno del futuro” da Benasayag & Schmit. Ovvero un mutamento sostanziale in cui la percezione di futuro non viene più interpretata positivamente come promessa e opportunità, bensì si contrappone ad un costante stato di allerta e di minaccia, verso cui pare non si possa attendere appunto nulla di buono.

Non è altro che un cambiamento di coscienza verso un mondo che ha portato ad una totale demoralizzazione e perdita di ciò che conosciamo. Ci troviamo in una società presente talmente liquida, come descrive alla perfezione il sociologo Zygmut Bauman, in cui non abbiamo altra scelta che sperimentare e addentrarci in nuovi paradossi.

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Pieter Bruegel il Vecchio, Caduta degli angeli ribelli, 1562, olio su tavola, 117 x 162 cm, Bruxelles, Museo reale delle belle arti del Belgio. 
 
La sfida con i demoni del proprio tempo assume una visione violentata e agitata, la tela è invasa da elementi osceni che rendono difficile intravedere gli angeli. Un senso di dinamismo e instabilità colpisce lo spettatore, la ricchezza di particolari e stravaganze rendono tributo al pittore olandese Hieronymus Bosch.

Un esempio eclatante può essere quello del movimento “childfree”, nato circa nel 2013 inizialmente negli Stati Uniti poi dilagato nel resto dell’occidente, in cui le donne manifestano la loro libertà nella limitazione del loro dono più grande quale la fertilità, tramite sterilizzazione irreversibile e volontaria.

Facendo ora una piccola regressione, vorrei partire da una celebre citazione da Le Confessioni di Sant’Agostino:

“Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. E' inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. 

Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa”.

Ecco, analizzando quanto abbiamo appena letto, possiamo capire come la nostra concezione esistenziale sia cambiata: di fatto si può dire come oggi per noi, il presente del futuro non sia un’attesa bensì una resa, il presente del passato non sia memoria ma per lo più diniego consapevole, in quanto spesso si rompono volutamente i ponti con tradizioni e saperi di un passato ormai anacronistico. 

Ecco quindi che non resta che aggrapparsi alla nostra esperienza attuale, la quale però non è più incentrata nelle tradizioni e valori del nostro passato, bensì alla nostra capacità di inventiva e creazione. Stiamo assistendo ad una lenta frammentazione di ciò che ci è stato tramandato, per un’altra ideazione, che potrebbe deragliare anche verso una totale perdita di ciò che abbiamo appreso, compromettendo così una diretta linearità di narrazione dell’identità umana e della nostra stessa evoluzione. (forse) Si vede infatti come questa nostra aleatorietà sia la semplice conseguenza di una mancata realizzazione delle fondamenta. 

Essa è derivata da un ormai palese incapacità, da parte delle precedenti generazioni, di intravedere i cambiamenti sociali e contestuali, evidentemente sempre più repentini, mancando poi di una sufficiente educazione di navigazione per la futura prospettiva verso le nuove generazioni. 

Un atteggiamento di negazione, in cui non si intraprese nessun tipo di cambio rotta o presa di coscienza che, per ignoranza generale ma non per arroganza egoistica, si tradusse in una presunzione nel salvaguardare i valori tramandati. Spesso si è addirittura arrivati a dare le spalle ai problemi, proseguendo verso una concretizzazione della propria visione personale ormai inadatta, concludendo il tutto tramite rifiuto e accumulo dei disagi, additando qua e là il prossimo delle proprie colpe.

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Joos van Craesbeek, La tentazione di Sant’Antonio, 1650, olio su tela, 116 x 78 cm, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle. 
Una ricca visione d’insieme, dettagli controversi e figure enigmatiche contornano una gigante testa urlante che domina il dipinto.
Una vivace raffigurazione metaforica dei pensieri oscuri che attanagliano l’uomo ostacolando il suo percorso.

È proprio di recente fattura infatti come è ormai di moda addentrarci nell’ennesima menzogna della memoria nostalgica del “era meglio una volta”: un confronto paradossale tra passato e futuro, in cui invece di pensare ad oltrepassare gli ostacoli e risolvere gli errori, si sviscera il racconto degli album fotografici di quello che è stato, fino ad arrivare a concretizzare nuove convinzioni in cui il passato sarà il nuovo futuro. Una presa di coscienza in voga, che spesso rasenta l’estremo, rifiutando il presente e forzando un ritorno al passato, per un evidente salto di coscienza, in cui si è perso quella memoria lineare della normale evoluzione. Certo perché lo sviluppo può anche essere dannoso e regressivo, ed è proprio la memoria il segreto nutriente per un costante avanzamento verso la completa coscienza. Ogni animale porta con sé pregi e difetti e l’uomo trova la sua arte proprio nel pensiero, in cui la mente si fa strumento della consapevolezza dell’esperienza ormai passata. Un atteggiamento normale e utile alla nostra sopravvivenza, che sta compensando la mancata formazione e le tradizioni ormai sbiadite. 

Ecco che una volta assimilato e riempito quel vuoto d’animo, potremmo risorgere grazie ad una nuova commistione tra futuro e storia.  Un nuovo tempo che mostrerà come l’arte sia la capacità dell’uomo di rompere i confini terreni, tramandando e comunicando nuove interpretazioni del tempo: un modo semplice di tentare il superamento della morte.

È importante evidenziare come, per una corretta navigazione, si abbia bisogno anche di revisioni di rotta, di rivisitazioni del sapere, di un ripasso di cosa si è fatto e di chi si è stato. È con esso infatti che si risveglia in noi il fascino della storia, della riscoperta di un estetica passata, che può scaturire un bisogno in cui l’unica soluzione è regredire. Una tendenza riecheggiante nella storia dell’umanità, individuata dagli studiosi come “RITORNANTI”: propensione ascrivibile spesso come antidoto rispetto alla paura del tempo, tramutata in tracce di futuro, poi proiettata nella concretezza della terra verso il territorio, nelle arti e mestieri. 

Ci sono diversi momenti nella storia in cui la nostra specie ha sentito questo bisogno di riscoperta, di riflessione, quasi come se avesse avuto il bisogno di ripassare e assimilare meglio alcune esperienze: rivedere la strada percorsa, tentando di ricominciare e reindirizzare il futuro. Siamo pronti, almeno sul lato analitico, a cavalcare la semplice voglia di immaginazione tipica dell’utopia, per imbarcarci in una nuova realtà, inscrivibile in una disciplina, in cui stiamo radicando i nostri sogni, i nostri gusti e le nostre necessità.

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Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, 1509/1511, affresco, 550 x 700 cm, Città del Vaticano, Musei Vaticani. 
Una cartolina sulla classicità che eleva i suoi più grandi interpreti, un manifesto antropocentrico in cui esaltare le arti e le scienze, pilastri fondanti della nostra cultura europea.

Una disciplina, in realtà moderna, via via sempre più strutturata, che non intende in alcun modo dare certezze, bensì ridurre le incertezze: partendo da un interpretazione di ciò che è, essa non predilige la scoperta, né l’invenzione; essa imprime e sistematizza le mode e la pratica, proiettando nuovi scenari intrisi di "realtà futuribili”. Una disciplina talmente necessaria che ormai ha influenzato anche la nostra esistenza ed ha inconsciamente sfruttato il nostro desiderio di cambiamento, così da influenzare i nostri modi di pensare, di piacere, insomma di progettare.

“La FUTUROLOGIA è la nuova scienza e la nostra nuova arma.”

Si proietta infatti un nuovo mondo, in cui si prefigurano nuovi scenari, a tratti fantascientifici, con tecnologie nuove, figlie non di un vero e proprio sviluppo, bensì conseguente di una visione che ci svincola dai vecchi schemi e intraprende nuove strade sfruttando le più avanzate tecnologie, verso nuovi scenari inimmaginabili come può essere la nuova natura digitalizzata o la smaterializzazione della presenza fisica. Il futuro è sempre più vicino al nostro presente e noi progettisti saremo i primi a doverci interfacciare con esso; attraverso nuovi quesiti, dovremmo riuscire a dare risposta alle più urgenti necessità, partendo dall’analisi della consapevolezza umana, passando all’arma del pensiero ed arrivare ad una illuminazione della nuova rinascita.

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Leonardo Da Vinci, Codice Atlantico f. 710 rectio, 1510/1515, disegno su carta, Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana.
 
Il bozzetto di studio di un mazzocchio, tipico copricapo fiorentino, elogia il disegno e la visione al futuro del progetto, anche nelle sue dimensioni più umili e contenute.