LE NUOVE POMPEI

II ruolo musealizzante dell'abbandono

articolo di riccardo.picciolo@studenti.unicam.itfederico.stella@studenti.unicam.it

Non è frequente che un principio mentale si concretizzi con una forza tale da ridefinire il suo stesso significato rispetto alla realtà tangibile. Quale riflessione deve porsi  l’individuo, l’abitante, il progettista, la stessa società di fronte alla condizione Borderline di un’architettura, di un paesaggio, di un agglomerato urbano, dal momento che successivamente ad un evento traumatico diviene monito dell’abbandono piuttosto che baluardo della musealizzazione dello stesso evento che l’ha generata?

Questa condizione caratterizza attualmente i paesaggi urbani di quelle intere aree geografiche che, tagliando a metà il nostro paese nella sua spina appenninica, sono adesso nella sfuggente condizione di confine fisico e metafisico tra realtà diverse, come tangibili finis terrae. Come nuove e archetipe Pompei, la cristallizzazione e l’archeologizzazione, figlia delle ceneri del Vesuvio, testimoni del modus vivendi e habitandis dell’antico impero romano, rimandano alla piaga indecisionista e all’indeterminatezza economica e geografica di un territorio oggi anch’esso figlio delle macerie. Il conseguente abbandono è solo da ultimo l’effetto di vere e pesanti rovine stanno relegando, col medesimo ruolo musealizzante del noto sito archeologico tutte quelle realtà urbane e quei borghi a semplici simulacri di un modo di vivere un territorio che già da decenni sembrava destinato a scomparire e ad essere fagocitato dalle realtà limitrofe più forti. Queste terre esistono, sono lì  sia in senso fisico che nella memoria collettiva di chi li abitava o ne aveva fruito, ma un confine invisibile e mutevole le emargina  ora dalla realtà: sono Terre di frontiera che rappresentano una linea immaginaria fatta di piccoli insediamenti in stato di semi-abbandono per motivi economici, culturali e solo in ultimo catastrofici, che a più livelli tracciano il margine critico tra le vecchie e le nuove esigenze economico-lavorative ed abitative, tra la vecchia cultura agricola e produttiva e la nuova che tende all’inurbamento e alla globalizzazione, sottolineato dal gap generazionale e ampliato dal trauma che è stato solo la cassa di risonanza di un fenomeno già in atto.

Infatti il sisma-trauma ha creato dei nuovi “borders” fisici nell’entroterra che ne compromettono la stessa permeabilità e fruibilità e che, rappresentano il limite anche tra le generazioni che si approcciano in maniera completamente diversa al concepire tempi e spazi del vivere e dell’abitare. Parte del problema è causato dal fatto che più si mette sotto i riflettori l’evento decontestualizzandolo, senza realmente progettarne un nuovo stato, più lo si allontana dalla soluzione del problema, lo si eleva meramente ad oggetto di discussione pubblica, di tematica politica, incasellandolo più in uno status di tema iconico che di problema reale a cui trovare soluzione. La stessa idea viene quindi musealizzata, relegando e spesso emarginando lo stesso oggetto della discussione che gradualmente perde di valore ed efficacia, scavalcando la soglia di interesse sociale e piombando nel baratro delle questioni irrisolvibili nell’immediato e che sono destinate al dimenticatoio mediatico. 

Negli stessi abitanti, nelle stesse comunità umane è ora visibile un cambio di personalità, ora sono ex-abitanti, ex-realtà comunitarie che lo spostamento, prima fisico e temporaneo e poi definitivo per necessità, hanno costretto ad abitare in nuovi spazi e luoghi a loro non congrui, in collocazioni più o meno stabili che ne hanno snaturato la dimensione stessa di comunità e di individui, facendo oltrepassare un limite invisibile anche nel modo di relazionarsi con lo spazio e il tempo psicologico del prima e del dopo, dove il linguaggio è solo al passato e la realtà si congela senza futuro né progetto. Se essere al margine non è come collocarsi su una soglia ma rappresenta un limite da intendere come cancellazione ed esclusione posta tra essere e non essere, la destinazione è solo la banalizzazione della memoria.

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Ma il processo di cristallizzazione conseguente ha un doppio nesso : dapprima con il pericolo di uno sbilanciamento dovuto ad un’aporia che parte con lo svuotamento di senso e che invade tutto il contesto geografico di appartenenza, per poi finire con la perdita dell’integrità costitutiva di tutto il territorio, e infine, con un fenomeno di svuotamento ad imbuto, monodirezionale e asimmetrico, che implica nel suo essere oltremodo  forzato e improvviso in quanto traumatico e non solo strutturale, una perdita che è già in atto e che una mera ricostruzione può non riuscire a ricollocare nello spazio e nel tempo originari se prima non ci si porrà come riflessione il dove e come vogliamo condurre un nuovo modello di Comunità.

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galleria fotografica di Lorenzo Di Gioacchino