CORPI RESILIENTI

Abitare la casa in termini di lockdown

articolo di

Davide Montanari

& Luca Lazzarini

illustrazioni di

Doppionove

La pandemia ha riscritto il nostro modo di abitare le città. Lo ha fatto innanzitutto limitando i nostri spostamenti e confinandoci in una dimensione domestica. Tra le mura di casa, il corpo ha riscoperto una dimensione di intimità che i ritmi frenetici della vita metropolitana e la dilatazione spazio-temporale della quotidianità avevano messo in secondo piano.

Nel 2016, la rivista olandese MONU descriveva forme e significati della dimensione domestica nei fenomeni urbani, enunciando l’ipotesi che, nel periodo recente, gli spazi domestici avessero assunto una crescente importanza nelle pratiche di produzione della città.  “What happens in domestic interiors appears to be very relevant in our societies, esordiva il direttore Bernd Upmeyer nell’editoriale di apertura del magazine.

Il titolo “Domestic Urbanism” faceva riferimento a due tensioni complementari e coesistenti nella città contemporanea. Da un lato, i processi di ridefinizione del ruolo dello spazio pubblico come luogo di incontro/scontro di soggettività diverse e la riduzione della sua abitabilità a seguito del diffondersi della percezione di insicurezza da parte dei suoi fruitori, e dall’altro la sempre più evidente introversione dello spazio domestico, spesso connessa alle istanze protettive di una vita privata che vogliamo al riparo dagli sguardi del mondo esterno, secondo una tendenza che vede il proliferare dei dispositivi di delimitazione netta tra aree pubbliche e private volti a proteggere uno spazio intimo, allo stesso tempo materiale e mentale, che vogliamo anzitutto nostro.

Le radici di questa poetica dell’ambiente domestico come luogo di espressione dell’io sono tante e diverse. Una di queste incrocia il lavoro di Chantal Akerman. La regista belga nel 1975 dirige il film Jeanne Dielman, 23 quai du Commerce 1080 Bruxelles nel quale inaugura una riflessione sul rapporto tra spazio domestico e quotidianità, rivelando le sfumature della vita ordinaria di una donna che si svolge quasi interamente tra le mura della propria abitazione. L’effetto è di ricreare nello spettatore la sensazione di una confortante familiarità nelle gesta quotidiane della donna, come se scaturissero da una ritualità che non ammette eccezioni e che arriva anche ad influenzare i comportamenti delle altre persone che occasionalmente si trovano a frequentare la casa. Una quotidianità che non ammette disturbi e che riduce ai minimi termini l’imprevisto ma che rivela, tramite i lunghi intervalli lenti che scandiscono i lavori domestici della protagonista, le memorie, i segreti e le speranze che permeano la sua quotidianità. Poco importa se la donna è una prostituta che organizza gli incontri con i clienti nella sua abitazione; il fuoco è tutto sulla ripetitività dei suoi gesti quotidiani dentro una cornice domestica che diventa centrale nella narrazione.

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Nel 2020, nel bel mezzo di una pandemia che ha riscritto le sorti del pianeta, la rivista olandese MONU pubblica un numero intitolato “Pandemic Urbanism”, interrogandosi sugli effetti della pandemia nell’abitabilità dello spazio pubblico e privato. La rivista dimostra che, mentre molti dei cambiamenti prodotti dalla pandemia sono destinati ad essere temporanei, quel che invece rimarrà è la trasformazione del nostro rapporto con la dimensione domestica. Costretti nelle abitazioni, i corpi hanno riscoperto un’intimità che la routine delle nostre città aveva messo sullo sfondo, ristabilendo un contatto con le dinamiche più personali ed intime dell’io. È come se il lockdown avesse accentuato la nostra dimensione auto-riflessiva, portandoci a utilizzare il corpo in modo diverso da come eravamo abituati in passato.

Nel periodo pre-pandemico, il nostro corpo era solito a interagire con soggetti e ambienti diversi e lasciare una traccia in questi spazi. Era continuamente attraversato da stimoli esterni ed entrava in contatto con condizioni ambientali, climatiche e atmosferiche ogni volta differenti. La vita domestica occupava soglie temporali della giornata molto limitate. Trascorrevamo gran parte della nostra giornata nei luoghi lavorativi o di studio e utilizzavamo una quantità di tempo significativa per spostarci e raggiungere tali luoghi. Il pendolarismo – in auto, treno, autobus, tram, o a piedi – rappresentava un ambito spazio-temporale rilevante tra la vita domestica e quella universitaria e lavorativa. Dopo le ore di studio o lavoro, il tempo libero era trascorso in larghissima parte fuori casa e ci portava in spazi molto diversi tra loro, caratterizzati da ritmi di apertura estremamente differenziati. Il parco, la palestra, il bar, il museo, il cinema, il ristorante, la discoteca costituivano lo sfondo di un tempo disimpegnato che tendeva a dilatarsi fino a tarda notte. L’abitazione rimaneva un mero contenitore del riposo notturno, conferendo alla città il ruolo di vero e proprio teatro della nostra vita quotidiana.

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Con la pandemia tutto si è capovolto. La nostra quotidianità si svolge in larghissima parte dentro le mura domestiche. Uscire da casa rappresenta una circostanza occasionale e temporalmente ristretta, perlopiù volta a rispondere a necessità specifiche, non più strettamente quotidiane: la spesa un paio di volte a settimana, il barbiere una volta al mese, la visita ad un parente stretto di tanto in tanto, una passeggiata attorno all’isolato o nel vicino parco nei weekend. I contatti diretti tra corpi sono ridotti al minimo. Le interazioni si svolgono soprattutto in forma virtuale.

Tra le conseguenze del confinamento della vita quotidiana tra le mura dell’abitazione c’è sicuramente una ridefinizione del rapporto tra corporeità e spazio domestico. Innanzitutto i vari ambienti della casa diventano il supporto di una serie di pratiche che il nostro corpo prima solitamente svolgeva in luoghi diversi ma che ora devono adattarsi e coesistere nello stesso ambiente domestico, il quale diventa luogo multifunzionale: la cucina diventa un ufficio, la camera da letto diventa una sala riunioni, il terrazzo sul tetto del palazzo diventa uno spazio di ritrovo per gli amici più stretti, il soggiorno diventa una micro-palestra dove stendere una stuoia e fare ginnastica, il balcone diventa un orto pensile. Privati dell’interazione fisica con altri soggetti, i corpi non smettono di cercarla nell’ambiente domestico e negli spazi di prossimità della casa. Talvolta gli ambiti di soglia diventano le cornici attraverso cui si cerca e costruisce questa interazione. Corpi che si affacciano dai balconi e incrociano gli sguardi familiari del condominio di fronte, corpi che osservano dalla finestra le pratiche ripetitive che si svolgono nel marciapiede di fronte a casa, corpi che ascoltano le voci di vicini litigiosi, corpi che intrattengono brevi dialoghi con i rider che portano il cibo da asporto o con la portinaia che ci consegna un pacco di Amazon.

Una delle implicazioni dell’allontanamento fisico del nostro corpo da quello degli altri è la rinnovata centralità che assume la dimensione corporea, la quale si apre alla ricerca di una domanda di benessere e di socialità che non può più essere soddisfatta all’esterno, ma che può e deve essere assolta tra le mura domestiche. Questo ha anche comportato un cambiamento del modo in cui pratichiamo la nostra sessualità. Prima era una condizione esercitata soprattutto in funzione dell’interazione con altri soggetti, corpi di estranei, incontrati in discoteca, incrociati al pub o in università, in palestra, ad una festa, corpi conosciuti su una chat, oppure corpi di fidanzati, amici, corpi di affetti stabili per dirla con un linguaggio ormai diventato familiare in tempo di pandemia. Ora la sessualità è una condizione che si esercita anche e soprattutto con l’autoerotismo. La sala da pranzo, il bagno, la cucina, la camera da letto, già diventati uffici, sale riunioni, luoghi dello studio e del tempo libero, diventano una cornice spaziale dove sperimentare nuove forme di erotismo nelle quali centrale è innanzitutto il nostro corpo e il piacere generato da e con esso.

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La film-maker spagnola Erika Lust nell’aprile 2020 nel bel mezzo della pandemia pubblicava un corto dove esplorava alcune pratiche sessuali in tempo di lockdown. Sex and love in the time of quarantine è un repertorio di esperienze di come sei performer (coppie e individui) hanno affrontato il problema del sesso durante il confinamento. L’autoerotismo diventa pratica per soddisfare una domanda di benessere del nostro corpo e per adattarlo alla costrizione domestica, uno strumento di resilienza potremmo dire. Uno dei segni del rinnovato protagonismo dell’autoerotismo è la decisione di uno dei principali siti porno al mondo, PornHub, di rendere gratuita la sua versione premium, dando libero accesso a centinaia di migliaia di contenuti erotici prima nascosti in quanto riservati alla comunità pagante. Il boom di visualizzazioni di portali come Chaturbate che forniscono esibizioni live in webcam di singoli (i cosiddetti “solo”) e coppie, tipicamente caratterizzate da nudità e attività sessuale di diversa natura, non solamente segna un rinnovato interesse del nuovo pubblico di utenti ad accedere a contenuti nuovi e interagire in diretta con i performer, ma mostra anche una nuova stagione di protagonismo dove il fruitore diventa con relativa facilità (basta un dispositivo dotato di fotocamera e una buona connessione internet) produttore di contenuti erotici. Se in Chaturbate i ruoli di utente e performer si mantengono e scandiscono una dipendenza del primo sul secondo, alcuni siti web come Jerkmate la mettono in discussione, ristabilendo un rapporto di parità tra i due utenti che si incontrano casualmente nell’etere, offrendo l’uno all’altro la propria prestazione erotica, un “Do ut des” di piacere che viaggia attraverso le immagini di una webcam. In tutti questi applicativi, lo spazio domestico diventa il set di una performance erotica che entra nelle case di migliaia di utenti di tutto il mondo. Poco importa se l’ambiente che fa da sfondo alla performance è una camera da letto a San Paolo, una cucina condivisa a Londra o una vasca da bagno a San Pietroburgo. Gli spazi domestici costituiscono il palcoscenico di una sessualità fluida, condivisa con utenti di ogni angolo del globo portatori di una domanda di piacere che diviene sempre più duttile ed emancipata.

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