STORIE SMASCHERATE

C'erano una volta i dispositivi di protezione individuale

a cura di Chiara De Angelis

Qualche anno fa ho iniziato a collezionare foto ed immagini di altre epoche storiche, selezionando quelle che ritraggono soggetti in situazioni eccezionali, usano oggetti d’epoca, provano invenzioni o indossano capi e accessori insoliti.

Con l’arrivo del Covid-19 e del successivo periodo di quarantena, riscoprendo questa mia collezione fotografica, ho trovato delle assonanze con il periodo storico che stiamo vivendo. Mi sono ritrovata di fronte ad immagini di persone che indossano maschere utilizzate semplicemente per occultarne l’identità, maschere teatrali e di bellezza, fino a quelle mediche o antigas ad uno stadio più rudimentale. Ciò che colpisce di queste immagini è la disinvoltura delle persone ritratte nella loro quotidianità indossando queste molteplici forme di protezione individuale; una dinamica in piena contrapposizione con la situazione attuale, che ne vede l'uso e l'efficacia in continua contraddizione divenendo argomento di dibattito all'interno della società stessa. Ho deciso quindi di raccogliere le immagini più pertinenti al nostro fenomeno pandemico, per approfondire aspetti e storie legate ad esse.

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Utilizzate dagli operai per proteggersi da polveri e materiali tossici, le maschere facciali nella cultura asiatica diventano dei dispositivi per prevenire la diffusione di malattie respiratorie, come raffreddore o influenza e malattie virali come SArs e MErs. Durante la dinastia Yuan (1279-1368) si individuano i primi artefatti assimilabili a delle mascherine; all’interno di un diario di viaggio di Marco Polo, viene raccontato che l’imperatore era solito far indossare ai suoi servi sciarpe di seta, per coprire bocca e naso durante i pasti, poiché si credeva che i servi con il loro respiro potessero influenzare l’odore e il gusto del cibo.

La maggior parte degli oggetti, come le protezioni per il viso, nell’arco degli anni si sono evolute, rispecchiando i diversi aspetti evolutivi, culturali e sociali, in risposta a scoperte mediche e al livello di industrializzazione. Sono state e sono tutt’ora la prima forma di protezione individuale dell’uomo per far fronte ad un virus sconosciuto. Prendiamo l’esempio di vaiolo, il morbillo, l’influenza stessa, ed altre malattie causate da virus che con il tempo abbiamo imparato a conoscere e a curare.

Durante la peste nera che ebbe inizio nella seconda metà del XIV secolo, la scienza medica di allora, ancora rudimentale, non era in grado di comprendere che la malattia e la conseguente epidemia che stava affliggendo l’Europa, era provocata dalle pulci che entravano in contatto con l'uomo attraverso i ratti; molti tra la popolazione credevano si trattasse di una forma di castigo divino e di conseguenza nacquero diversi movimenti religiosi, tra cui uno dei più celebri fu quello dei flagellanti. Gli appestati venivano isolati in luoghi di confinamento, mentre il resto della popolazione cercava di tutelarsi con le uniche forme inefficaci di protezione, ovvero: erbe, pomate, infusi ma soprattutto tante preghiere! Bisogna arrivare alla metà del 1400, come ci mostrano anche diversi dipinti dell’epoca, per introdurre le prime forme di protezione di bocca e naso assimilabili a mascherine. Erano composte da semplici fazzoletti, per proteggere il respiro da miasmi e dai cattivi odori, veicolo di trasmissione della malattia. Nel 1600 con la seconda ondata di peste, si individua nella corruzione dell’aria e negli indumenti dei malati, il principale veicolo della pestilenza, e questo influenzò l’evoluzione dei dispositivi anti contagio. Venne ideata una tonaca destinata prettamente alla protezione dei medici che dovevano visitare i pazienti infetti e censire il contagio. Ideata dal Dottor Charles de Lorme, la divisa consisteva in una tuta idrorepellente cerata e tinta di nero, lunga fino ai piedi, composta anche da un paio di pantaloni della stessa fattura, che venivano infilati all’interno di stivali. I medici venivano inoltre dotati di guanti in pelle di pecora, una copertura per il collo fatta in cuoio, simile a quella utilizzata per le armature, ed infine da una maschera dal caratteristico naso adunco “con filtro”, per proteggere tutto il capo. L’uso di questa particolare “maschera”, divenuta poi oggetto teatrale, denominava i medici che la indossavano per proteggersi dal contagio, “dottori col becco”. Quest’ultimo era lungo una ventina di centimetri, con due soli buchi per la respirazione, e riempito di paglia, aromi e spezie (per esempio fiori secchi, timo, aglio, lavanda, ecc.) imbevute di aceto. De Lorme credeva che la forma e i vari strati di spezie, fossero sufficienti per filtrare l’aria respirata, prima di arrivare alle narici e di conseguenza ai polmoni, riducendo il rischio di contagio dai miasmi. Gli occhi avevano le loro protezioni: due lenti in vetro che facevano parte della maschera, in aggiunta ai dottori veniva fornito un bastone che serviva loro per visitare i pazienti a debita distanza. La popolazione però non amava questo tipo di indumento perché veniva associato all’idea della morte, in quanto queste figure erano le sole, in tempi acuti di epidemia, a poter vagare liberamente per i villaggi e le città. 

La popolazione, invece, era costretta in casa perché, già da allora, vigeva il coprifuoco perenne nella speranza di ridurre il rischio di contagio, con pena di morte per coloro che non lo rispettavano.

Il design della maschera ha fatto un grande passo nel XIX secolo quando, come si legge sul “Global Times” ( un tabloid quotidiano cinese ), intorno alle metà dell’Ottocento uno scienziato scozzese, Robert Brown, dimostrò l’effetto protettivo dei dispositivi di protezione individuale durante inalazioni inquinanti come le particelle fini della polvere. Da tale dimostrazione, venne poi brevettato un dispositivo per minatori che assomigliava ad una maschera antigas composta da due filtri dedicati all’ingresso e all’uscita dell’aria. I materiali filtranti che costituivano l’oggetto però, come lana o altre sostanze porose imbevute di acqua, potevano intrappolare solo la polvere e non la materia gassosa. Negli anni successivi questi oggetti vennero adoperati anche in situazioni differenti, come ospedali e città, per prevenire inalazioni di smog ed altri tipi di polveri presenti nell’aria. Ciò non toglie che la mascherina possa avere sia funzione filtrante da polveri che una funzione anti contagio a scopo medico.

 

John Stenhouse (chimico scozzese ) invece, studiò le varie forme del carbone per capire come trattenere il gas e vari vapori, costruendo i primi respiratori in grado di filtrare le sostanze tossiche dall’aria. È stato il primo esperimento in cui veniva applicato il carbone attivo come filtro per i respiratori e incorporato nelle maschere di molti minatori.

 

{Da questo momento vennero sperimentate altre forme di maschere e respiratori costituiti da una protezione per il viso con boccaglio ed una bombola, o serbatoio d’aria, per proteggere le persone che fino ad allora lavoravano a contatto con sostanze dannose senza alcun tipo di protezione. Le donne francesi - tipicamente alla moda -  invece, durante la trasformazione urbana  di Parigi, usavano proteggersi il viso dalla polvere, indossando veli di pizzo.}

 

Nella seconda metà del secolo il biologo, microbiologo e chimico francese Louis Pasteur dimostrò la presenza dei batteri nell’aria, a questa scoperta ne seguì un’altra: nel 1870 la scienza medica scoprì che la causa delle infezioni erano i batteri, espulsi quando si tossisce o si parla, facendo decadere la precedente teoria dei miasmi come causa di malattie. Da questo momento le persone cominciarono ad essere più consapevoli dei germi e delle infezioni contribuendo a diffondere l’uso di mascherine di stoffa. I medici iniziarono ad indossare le prime mascherine durante le operazioni chirurgiche, per evitare la dispersione di batteri o virus presenti nelle goccioline respiratorie che potevano fuoriuscire da bocca e naso. Questi dispositivi si adattavano al viso ed erano composti da strati di garza cuciti insieme sul colletto dell’abito chirurgico; il medico doveva solo capovolgere la mascherina e legarla dietro la nuca o alle orecchie quando doveva effettuare un operazione. Siamo di fronte all’archetipo della moderna maschera chirurgica. Queste mascherine, però, avevano due mancanze: prima su tutte, le particelle potevano entrare o uscire comunque dai lati della protezione, in secondo luogo, non erano progettate per filtrare l’aria.

Anche la mascherina di stoffa che utilizziamo oggi, non è destinata a filtrare l’aria esterna, ma piuttosto serve come mezzo per mantenere la fonte della malattia all’interno di essa. Per questo motivo agli inizi del ‘900 i medici iniziarono ad utilizzare un’altra protezione sul viso durante le operazioni chirurgiche. Realizzata in materiale trasparente con un telaio metallico flessibile, che si adattava al contorno del viso, attraverso un’apertura inferiore permetteva il ricircolo dell’aria, rendendo così la conversazione tra medici ed infermieri più agevole durante un’operazione. In Cina, dopo l’avvento di diverse epidemie legate alla peste, uno scienziato e medico cinese, svolgendo alcuni test empirici sul cadavere di una donna, accertò che l’epidemia si propagava per via aerea. Prendendo spunto dalle mascherine chirurgiche utilizzate nel mondo occidentale, ne inventò una in grado di filtrare l’aria, composta da strati di garza e da un tessuto di cotone assorbente, rivestiti entrambi da uno strato di cotone idrofilo. Tale mascherina, chiamata con il nome del suo inventore “maschera di WU” (da Wu Lien Teh), venne prodotta su larga scala perché risultava di facile produzione, più efficace, più economica e meno ingombrante da utilizzare rispetto ai voluminosi e scomodi respiratori tipici del periodo. Questo sistema di filtraggio era assicurato al volto del paziente da tre bande di fissaggio: sopra e sotto le orecchie e la terza legata alla parte superiore del cranio. Dopo questa creazione del medico cinese, ad indossare le mascherine non furono soltanto i medici ma anche le persone comuni, in quanto simbolo della medicina moderna.

Nonostante tutto, i respiratori non scomparvero, ma la loro tecnologia venne studiata per poter filtrare ogni sorta di particelle nocive al fine di sviluppare maschere antigas per la prima guerra mondiale e a seguire. 

 

{Sempre in questi anni altri modelli di mascherine iniziano a diffondersi, a volte  piuttosto “bizzarre” o assimilabili alle loro antenate dei “dottori col becco”, come per esempio cappucci dotati di occhiali, simili a quelli da sub, e corredati di una mascherina in cotone che copriva integralmente il capo dell’operatore sanitario.}

 

Con la fine del primo grande conflitto bellico, un’altra epidemia colpì l’Europa, poi gli Stati Uniti e l’Asia, dovuta ai continui spostamenti delle truppe militari da un continente ad un altro, le quali dilagarono il contagio all’interno di una popolazione esausta dalla guerra. 

La pandemia venne chiamata “influenza spagnola” perché la Spagna all’epoca, attraverso il quotidiano ABC di Madrid, fu il primo paese a darne la notizia. Questo fu dovuto al fatto che essendo stata una nazione neutrale durante il periodo bellico, non aveva bisogno di censurare giornali e notizie con lo scopo di mantenere un morale di guerra, a differenza di altri stati europei come Gran Bretagna, Francia e Germania. Le autorità sanitarie tentarono di ridurre il panico riferendosi ad essa come semplice “influenza”, anche se causava sintomi simili a quelli di un raffreddore ma molto più intensi; particolarmente pericolosi soprattutto per chi aveva un sistema immunitario compromesso. Data la virulenza della malattia la Croce Rossa spagnola, rimasta a corto di personale, si impegnò a reclutare infermieri, creare centri di quarantena ed ospedali di emergenza per aiutare nell’epidemia. Quest’ultima fu considerata dagli esperti come “dimenticata” per diversi fattori: la mancanza di un dialogo tra gli stati e un coordinamento globale, la mancanza di coperture mediatiche a livello intercontinentale e la maggior parte dei decessi avvenuta nei primi nove mesi. L’epidemia, in realtà, durò fino al 1920 e con ondate minori negli Stati Uniti fino al 1925. A fare la differenza fu il momento storico in cui si verificò, in quanto le epidemie erano più comuni di oggi e di conseguenza più familiari alla popolazione, che nonostante tutto dovevano contrastarle con protezioni e protocolli meno efficaci rispetto a quelli attuali.

 

All’epoca non esistevano vaccini e non si conoscevano cure, se non rimedi empirici contro la febbre e proprio in questo momento iniziarono a diventare popolari le mascherine per la protezione individuale. Negli Stati Uniti venne introdotto l’obbligo di indossare le maschere protettive, oltre che dalle persone in servizio, anche da parte dei cittadini come esempio di senso civile. Venne comunicato loro che potevano utilizzare maschere facciali dai quattro ai sei strati di garza a maglia fine, anche all’interno di ospedali, ed ogni comportamento contrario veniva considerato illegale e punito con multa e prigione. Nonostante la diffusione delle mascherine di Wu, che rimasero in uso fino al 1920, le persone iniziarono a creare mascherine fatte in casa, utilizzando però solo uno o due strati di garza che riducevano l’efficacia della protezione.

 

{Durante gli anni venti, in cui gli Stati Uniti vivono gli strascichi dell'influenza spagnola, c’era chi si approfittava della sfortuna del momento e creava annunci pubblicitari di prodotti che promettevano recupero e buona salute.}

 

Nel tentativo di contenere la diffusione del virus in molte città e paesi, soprattutto Statunitensi, la vita quotidiana di allora venne sospesa, limitando gli incontri pubblici, i viaggi, chiudendo cinema, teatri, e altri luoghi pubblici fino ad oltre un anno.

Scuole e chiese furono le prime istituzioni a chiudere. Le funzioni religiose ed i funerali furono limitati nella partecipazione e i defunti isolati in via temporanea. I fedeli, nonostante tutto, continuarono ad andare a pregare di fronte alle loro porte chiuse. Nonostante le coperture mediatiche ridotte, vennero diffuse campagne di sensibilizzazione per informare ed educare i cittadini sui rischi del virus e su come prevenire il contagio attraverso bollettini stampati quotidianamente, insieme ad aggiornamenti sul numero delle vittime. Secondo un rapporto della Biblioteca Nazionale di medicina degli Stati Uniti, erano gli uomini ad essere raffigurati all’interno degli annunci come “i cattivi” della salute pubblica, perché accusati di tosse incauta, sputi e starnuti durante la pandemia, a differenza delle donne, le quali non venivano raffigurate mentre svolgevano tali funzioni corporee perché considerate indecenti. D’altro canto gli uomini consideravano i manifesti pubblici che li raffiguravano con mascherine o fazzoletti, una minaccia per la loro mascolinità perché si tendeva ad associare il fazzoletto o la maschera a figure deboli e passive.

 

Altri annunci invece facevano satira sull’uso delle mascherine, credendole inefficaci, e nel 1918 venne anche fondata una Lega anti-maschera a San Francisco, che sembrerebbe poi essere stata colpita dal contagio.  Anche a causa di queste lamentele i funzionari cercarono di convincere le persone facendo appello al patriottismo e alla cooperazione per il paese. Tram, strade, teatri in America venivano ripuliti e sanificati, ed alcuni funzionari sostenevano l’uso di bicchieri di carta o paraffina nei luoghi di bere pubblico. I proprietari di animali domestici, preoccupati per la salute di questi ultimi, li equipaggiavano con maschere per il viso, nel tentativo di tenerli al sicuro dall’influenza. Ma ciò che ha funzionato maggiormente, secondo il rapporto sopra citato, è stato il rispetto delle misure per il distanziamento sociale. Con la pandemia anche l’economia dei paesi coinvolti venne danneggiata. Soltanto quando i livelli di contagio si attenuarono ci fu la possibilità di riaprire le prime attività, ma esercitando le dovute cautele. Nel 1933 i medici arrivarono a capire che l’influenza era anche causata da virus, scoperta che, cinque anni più tardi venne confermata dal virologo Thomas Francis, il quale riuscì ad isolare l’agente patogeno che colpì gli Stati Uniti, prendendo parte alla lunga strada che portò allo sviluppo di vaccini antinfluenzali.  Tutto questo ci fa capire quante somiglianze rimangono nelle misure adottate per rallentare la propagazione del virus attuale, ma anche nelle reazioni sociali.

 

Nel ’900, l’evoluzione delle mascherine tiene conto di diversi fattori: la condizione degli operai edili o in miniera, costretti a lavorare con polveri e materiali tossici come l’amianto; i militari in tempi di guerra e le varie epidemie e l’aumento di smog dell’industria. Tuttavia le mascherine continuavano a filtrare solamente la polvere, per questo si inizia la ricerca di materiali e filtri più performanti soprattutto per impedire il passaggio delle microparticelle. La Martindale Electric Co., un’azienda del Regno Unito, iniziò la produzione di mascherine antipolvere depositando il loro primo brevetto, esplorando poi altri differenti modelli fino agli anni ’50-’60. 

{Si trattava di una maschera a mezza faccia per coprire bocca e naso, composta da tre elementi: il pad di filtraggio; una parte rigida sagomata, con un incavo superiore per il naso ed un foro centrale per permettere il passaggio dell’aria attraverso gli strati del pad e aumentare il discorso udibile; infine un cinturino nero elastico regolabile che si poteva infilare attraverso le fessure della piastra in metallo al fine di regolare la mascherina dietro la nuca e fissarla con un gancio a clip.}

 

Alcuni modelli di maschera Martindale, oltre ad essere realizzati con materiali plastici (che non ebbero un riscontro con il gusto popolare di quegli anni) presentarono piccole perforazioni sulla parte rigida della maschera, che si disponevano lungo la lunghezza della maschera in linea curva. Questa soluzione è probabilmente dovuta alla volontà di ridurre la resistenza respiratoria. Il brevetto del 1937 (utilizzato fino al 1951) dimostra che il filtro doveva essere costruito in cotone-lana ricoperta di garza dove  la costruzione del tastierino filtrante può includere materiale ignifugo.  Intorno agli anni ’60, alcuni dipendenti della stessa azienda depositarono diversi brevetti inerenti a delle possibili variazioni della maschera e del suo sistema di filtraggio, introducendo parti in cotone, garza medica o lana Merino impregnata di resina, incastonate tra due strati di poliuretano flessibile. Il modello del 1958 presentava una “costola” a forma di “U” molto pronunciata e con un cinturino che, passando al di sopra dello spazio tra bocca e naso, collegava entrambi i lati della maschera attraverso le fessure poste sui lati, le quali permettevano di legarla dietro la nuca facendo aderire meglio la mascherina al viso di chi la indossava. 

 

Nel 1963, in quest’ultimo modello di mascherina venne fatta una variazione che consisteva nell’introduzione di una fessura seghettata nella parte inferiore, per garantire al pad filtrante una maggiore stabilità. Queste tipologie di mascherine vennero utilizzate dal 1940 circa, quando il governo britannico suggerì di indossarle per aiutare a prevenire un’epidemia di influenza tra i londinesi che si nascondevano nelle stazioni delle metropolitane per evitare i bombardamenti dei tedeschi. Il dottor Jesse Olszynko-Gryn, storico medico dell'Università di Strathclyde, in un’intervista rilasciata su The Daily Telegraph, quotidiano britannico, dichiara “l’inesistenza di prove che qualcuno fosse sconvolto o preoccupato che fosse una minaccia per la loro libertà, ma solo che sarebbero state fuori moda”, tant'è che alcuni si stavano già organizzando per creare maschere facciali che il pubblico potesse accettare più volentieri. Con la scoperta degli antibiotici la mascherina rimase uno strumento medico mentre le mascherine antismog vennero utilizzate più tardi durante il grande smog di Londra del 1952, causato dalle emissioni incontrollate delle fabbriche, mescolato nell’aria insieme al fumo dei camini che fuoriusciva dalle case. 

 

{Anche i Beatles vennero ritratti indossando maschere facciali Martindale per proteggersi durante il grande smog }

 

Chiaramente fu un disastro ambientale che ha causato molti morti, in particolare neonati e anziani, i quali contrassero malattie respiratorie come asma e polmonite.  Sempre nella prima metà del 1900, probabilmente con la crescita dell’industria della plastica si avviò il passaggio di questo materiale all'età “adulta”, vennero create ed introdotte bizzarre maschere per la protezione del viso, utilizzate in diversi contesti urbani. Navigando all’interno di MailOnline, un sito di giornalismo del Regno Unito, è possibile trovare video e foto di una donna che cammina per una strada di Londra con indosso un casco trasparente, assimilabile ad uno spaziale, per proteggersi dallo smog, mostrando il suo funzionamento e la sua “versatilità” per diverse tipologie di attività. Altre sperimentazioni simili vennero realizzate attraverso abiti gonfiabili e caschi in plastica, con il fine di proteggere i lavoratori britannici da polvere e particelle radioattive. In Canada una maschera trasparente a forma di cono veniva indossata dalle donne per proteggere i loro volti dalla neve e dalle gelide tempeste invernali quando le temperature arrivavano sotto lo zero, oppure sacchetti trasparenti per proteggersi fino al busto dalle tempeste di sabbia.

Mano a mano che ci si avvicina ai nostri tempi, il progresso industriale e sanitario, ha portato a delle maschere per la protezione individuale sempre più performanti. Il progresso ci ha abituato ad un alto livello medico-sanitario, che ci ha permesso negli ultimi anni di contrastare nuove malattie e respirare liberamente. Guardando indietro possiamo affermare che l’abbigliamento accessorio è servito a lungo come strumento per mitigare il contatto, permettendo di comunicare con gli altri il messaggio “stai lontano”. Nella crisi attuale la mascherina è entrata a far parte della nostra quotidianità, quale simbolo di lotta all’epidemia da Coronavirus e indossarla è un gesto condiviso da milioni di persone nel mondo.

 Inizialmente per far fronte all’emergenza sanitaria e al boom di domande di mascherine, le aziende che hanno avuto la possibilità di produrle, hanno dapprima convertito la loro catena produttiva, poi la moda le ha battezzate come nuovo elemento fashion rivisitando la loro potenzialità estetica. Questo ha portato ad una dilagante produzione in serie di mascherine lavabili in diversi materiali, colori e forme, rispettando una moltitudine di gusti personali, diventando un accessorio funzionale coordinato ad ogni outfit. Questo cambio di prospettiva ha avuto un ruolo chiave nell alleviare l’immagine dell’uomo ai tempi della pandemia, mitigando un malcontento sociale. Tutto questo ci fa capire quanto, nonostante il nostro livello di sviluppo economico e sociale, siamo tuttora poco abituati a convivere con situazioni di emergenza che possono mettere a rischio la salute dell’uomo e, considerando gli esempi storici, quanto in realtà la medicina si sia evoluta solo negli ultimi 100 anni.