VEDO A COLORI

Conversazione con Giulio Vesprini

a cura della Redazione

Giulio Vesprini, G041, Parco della Mentuccia, Fermo, Italia, 2019

Quando abbiamo lanciato il tema di questo numero, abbiamo subito pensato agli studenti che oltre all'attività accademica, potessero operare in campi paralleli all’architettura e al design. Ci è venuto in mente Giulio Vesprini, grafico e artista indipendente, ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Macerata, laureandosi nel 2005. Successivamente studente del corso triennale in scienze dell’architettura alla SAAD di Ascoli Piceno,laureandosi nel 2012, attualmente è  laureando magistrale del corso di architettura. Da diverse interviste rilasciate sapevamo che Giulio si occupava di archigrafia. 

 

MANIFESTO DELL'ARCHIGRAFIA

“La grafica interviene sugli elementi architettonici e trasforma gli spazi costruiti in un momento di comunicazione. C’è un’area della progettazione (nella quale intervengono sia competenze culturali bidimensionali sia discipline compositive di carattere tridimensionale) che non sempre è oggetto di analisi e di attenzione critica proprio per la sua marginalità rispetto ai grandi modelli di comportamento progettuale: questa area comunicativa è l’archigrafia, cioè quando la grafica interviene in modo forte, trasformando anche architettonicamente i supporti, i materiali, le pareti. Forse è meglio parlare di supergrafica, cercando di avvicinarla sempre di più a una teoria e pratica di disegno industriale, con queste specificità progettuali: la soluzione volumetrica, la permanenza dell’oggetto comunicativo, la stretta complementarietà tra forma e contenuto, tra esterno ed interno, la spettacolarità progettuale di tipo contestuale. In effetti è un problema di contesto, di progettazione ambientale; contesto nel suo significato storico-geografico, quindi strettamente connesso alle tradizioni e alle convenzioni culturali. L’architetto tradizionale molto spesso non è capace di fare questa operazione di ristrutturazione, di riprogettazione: dovrebbe intervenire su una testimonianza storica preesistente e non sa adeguare le sue forti connotazioni strutturali ad una semplice esigenza funzionale di tipo comunicativo.”

Della rivista ART GM (Anno III, N. 3, pag. 32)

 

Abbiamo deciso così di contattarlo e chiedergli di parlarci del suo lavoro, e del progetto a cui sta lavorando da tempo e a cui tiene particolarmente. Vedo a colori è un progetto di confine da un punto di vista geografico e Giulio è un progettista che si pone nel mezzo tra architettura e design grafico.

Giulio Vesprini, G041, Fermo, 2019

Magazzino: Giulio è un piacere sapere che ci sono persone così appassionate al proprio lavoro e legate ad una ricerca personale che va oltre il mero percorso accademico. La prima cosa che vogliamo chiederti è relativa alle motivazioni e agli stimoli che ti spingono a frequentare la facoltà di architettura.

 

Giulio: La voglia che ho di completare questi studi di architettura nasce dalla voglia di completare la mia figura artistica e professionale; per cui dopo l’accademia ho riscontrato la necessità di aggiungere quella parte più tecnica e progettuale che si trova nella facoltà di architettura. In realtà è un percorso assolutamente coerente, perché le prime facoltà di architettura nascevano all’interno delle accademie delle belle arti, erano un corpo unico, poi negli anni si sono divise. Dall’unione dei due percorsi accademici nasce quella che io intendo come figura di architetto più completa. Si, è vero dobbiamo possedere delle competenze scientifiche, ma è anche vero che l’architetto non deve perdere di vista quella parte sociale, quella parte filosofica, quella parte di pensiero relativa alla società e alla progettazione. Per cui non deve essere solo freddo calcolo, fredda struttura, freddo progetto, ma il tutto deve unirsi alla sociologia urbana e al tessuto della città. Ecco che nasce una figura, a cui io sono molto legato, che unisce le mie due grandi passioni. Perciò la motivazione principale è stata questa esigenza personale di raggiungere una figura più completa dal punto di vista del pensiero e del progetto

 

M:        Facciamo un passo indietro. Sappiamo che ormai sei un artista affermato a livello nazionale e, visti i recenti lavori svolti a New York e in Francia, anche a livello internazionale. Tuttavia sei conosciuto sul territorio soprattutto grazie al progetto di riqualificazione urbana di Vedo a colori. Come è iniziato tutto quanto?

G:        “Quello che oggi è visto come un arrivo molto importante, in realtà, è il frutto di un percorso molto, molto lungo che è iniziato per gioco, all’età di 15 anni, con i graffiti, frequentando tutta una scena dell’hip hop e del writing degli anni ’90. Questo mi ha poi portato a specializzarmi inizialmente nella parte pittorica e successivamente nella parte grafica all’accademia. Tuttavia solo durante i primi anni di architettura ho ritrovato il rapporto che c’è fra un muro dipinto e la città. Sicuramente è stato un percorso tutto in salita, fatto anche di soddisfazioni che derivano dalla costanza, dall’impegno e dalla disciplina. Parallelamente, in età un po' più matura, nasce nel 2009 Vedo a colori, dopo una grande e lunga esperienza in giro per l’Italia fra festival, eventi e muri. Ho deciso di riportare nella mia città qualcosa che c’è stato negli anni ’90, ma che poi è venuto meno. I muri di Civitanova non erano più comunicanti attraverso scritte e disegni, si era un po' interrotta questa espressione artistica di comunicare attraverso una parete. Per cui mi sono sentito quasi in dovere di restituire ai miei concittadini e alla città un dono; così ho deciso di prendere a riferimento l’area portuale, perché per me è il cuore pulsante delle città marinare, soprattutto per Civitanova. Usando i cantieri navali e il molo, ho radunato oltre 100 artisti, in 10 anni, quasi tutti italiani e alcuni da fuori. Attualmente è uno dei porti, se non il porto, più dipinto d’Italia. Perciò, in questi anni, oltre all’attività di urban artist c’è stata anche questa esperienza di curatore di questo evento molto importante che è diventato un dispositivo per la città di Civitanova e sicuramente ci troviamo di fronte ad una “cartolina” completamente cambiata. Vedo a colori è stato anche oggetto di studio di workshop di architettura e di diverse tesi di laurea in varie facoltà d’Italia. Per cui sono molto soddisfatto di questo, inoltre, è stato l’occasione per cimentarmi con una figura nuova, per me, che è quella del coordinatore, che a sua volta necessita di studio e d’impegno.

M:        Pensi che la grafica, la pittura e il colore abbiano influenzato l’architettura del porto fino a modificare la concezione urbana di questo luogo? 

G:         Io andrei sempre molto cauto quando si parla di street art in relazione a cambiamenti epocali rispetto ad architetture, quartieri… Però, quello che è successo al porto, in realtà, potrebbe dare vita a delle riflessioni. Se noi paragoniamo il porto di 10 anni fà ad oggi, vediamo che, parallelamente all’attività artistica, ha subito delle trasformazioni, dal punto di vista infrastrutturale: hanno allargato le banchine di transito delle auto, sostituito l’illuminazione, istituito la raccolta differenziata, è stata costituita una passeggiata sul molo nord, hanno allargato alcune aree, è diventato un’area di parcheggio aggiuntivo per il centro e hanno anche fatto delle operazioni di bonifica su alcuni cantieri navali…Tuttavia non abbiamo prove che Vedo a Colori abbia innescato tutto questo processo, però, ci fa pensare, perché parallelamente a queste attività artistiche il porto tornava ad essere un luogo molto visitato, anche perché c’era molta curiosità nei confronti delle attività di street art che si svolgevano nei cantieri e non solo. 

Per cui facendo girare parecchie persone, che si sono ritrovate anche a fare foto un pò è come se avessimo acceso il riflettore su una zona che era vista solo come area commerciale e lavorativa. Oggi, invece, vediamo che il porto può contenere aspetti più creativi e può anche essere una sorta di museo urbano; in realtà abbiamo più di 2000 metri quadrati di molo dipinti e 20 cantieri navali. Sono numeri importanti che girano, attraverso le fotografie, in tutto il mondo, in tutti i blog e siti di riferimento più importanti, hanno un seguito ed è un evento riconosciuto a livello nazionale e internazionale, tanto che le richieste degli artisti sono maggiori  alla quantità di muri disponibili. Quindi, sì, mi piace pensare che Vedo a Colori abbia generato un nuovo dispositivo per la città. Il passeggio è aumentato come se fosse un nuovo centro, che accoglie molti giovani, che con la scusa di fotografarsi con i murales, frequentano quest’area, che è diventata paradossalmente anche più sicura, perché il continuo flusso di persone, il continuo usare quegli sfondi anche come manifestazioni sportive, culturali, turistiche… Per cui il passaggio della maratona, il passaggio delle auto d’epoca, le letture Dantesche, i concerti hanno fatto si che il porto, attraverso Vedo a Colori, diventasse anche una grande scenografia. In effetti, potrebbe essere un caso più unico che raro, ma in realtà, la street art ha dato molto e ha cambiato il volto del porto.

Giulio Vesprini, "E N D" Struttura G46, Moûtiers, France, 2019

Giulio Vesprini, "ZENA" Struttura G35, Genova, Italia, 2019

Giulio Vesprini, "HOPE" Struttura G43, Scuola I.C. Ugo Bassi, Civitanova Marche, Italia, 2019

M:        Da ciò che leggiamo sul tuo lavoro - da diversi magazine online e testate digitali - sei una figura di spicco nel campo dell’archigrafia. Credi sia un’etichetta appropriata per tutto il lavoro che hai svolto fino ad ora?

G:        Diciamo che nella società delle etichette abbiamo un po' tutti il bisogno di rientrare in delle categorie e quando ti trovi ad affrontare tante tematiche delle arti visive, come potrebbe essere la grafica, la fotografia, l’architettura o l’arte urbana, è anche un po' difficile rientrare in un una sola categoria. Per cui quella che mi viene più istintiva è nella direzione artistica, ma negli anni, esattamente dal 2013, porto avanti questa ricerca. C’è un sito, che ora non ricordo se italiano o estero, che mi ha definito archigrafico, anche se, in realtà, io non pensavo che i miei muri potessero esprimere quello che io penso nella mia testa, però evidentemente, l’inconscio parla anche attraverso le pareti e quindi quel messaggio, che io temo che non passi mai, invece arriva forte e chiaro. Perciò, assolutamente sì, lo è ed è anche una ricerca che io tutt’ora porto avanti ed è alla base del mio studio creativo: il rapporto che c’è fra la grafica e l’architettura, rivisitata, perché è molto bello il termine archigrafia, ma viene usato, più che altro, per gli interni e nelle infografiche delle aziende di interni. Ho cercato di capire se nell’etimologia del termine ci fosse spazio per ampliare questa ricerca. Non c’è moltissimo, se non qualche tesi. Quindi ho fatto mio questo termine, se vogliamo, ed ho iniziato a lavorarci sia a livello teorico che a livello pratico. L’idea è piaciuta a molte testate giornalistiche, molti siti che ne hanno riportato notizia o mi hanno intervistato. In realtà, invece per me, è importante perché è molto coerente con gli studi e la ricerca che io porto avanti, tendendo a non esasperare la street art, non appesantirla di responsabilità, bensì cercare di capire se un muro dipinto può essere una soluzione, un’aggiunta risolutiva ad una problematica di tipo sociale o di tipo costruttivo. Non sempre questo può accadere, ma appunto, è uno studio per cui lo porto avanti con molto piacere. Diciamo che al momento, da sette anni a questa parte,  è la visione più coerente che si può dare alla mia ricerca e al mio lavoro.

 

M:        L’archigrafia. Il dizionario la definisce come “tecnica di progettazione di esterni, interni e arredi, anche urbani, che utilizza l’integrazione di architettura e grafica”. In che modo pensi che i tuoi lavori, che sono spesso bidimensionali, influenzino l’architettura?
G:        Come dicevo prima, quando ho conosciuto questo termine, dalle ricerche che ho fatto, era definito soprattutto come un’attività d’interni e legata alle infografiche, non era molto chiaro ancora. Ho scelto di portarlo all’esterno, perché è quello che mi interessa, è quello che io faccio. In realtà, la ricerca è ancora aperta, non si può definire chiusa e non so se avverrà mai questa chiusura. Essendo nella fase di ricerca aperta, non possiedo ancora dati sufficienti per dire se un’opera bidimensionale può avere degli effetti. Dovremmo avere una somma di dati e questo può accadere nel momento in cui operi molto nel campo della street art e sei in grado di raccogliere i dati necessari per andare a definire i parametri per cui un muro dipinto può o non può fornire qualcosa. Il mio aspetto è molto critico perché al momento credo che siamo di fronte ad un’arte che ha un grande potenziale, ma che, forse, è stata sovraccaricata di responsabilità per nascondere, coprire o trovare scorciatoie a situazioni che invece, forse, andrebbero affrontate in maniera un po' più organica. Perciò penso che un muro dipinto, per quanto sia bello ed elegante o anche impattante, non credo che ad oggi possa risolvere problemi legati ai quartieri popolari, piuttosto che di inquinamento, piuttosto che di problemi sociali, di droga, di delinquenza… è un muro dipinto. Se a questo aggiungiamo delle attività correlate possiamo già avvicinarci ad un aspetto sociale più interessante. Nella maggior parte dei casi io vedo progetti o muri fini a sé stessi, che, in realtà, promettono molto ma lasciano le cose come le hanno trovate all’inizio. Per cui io andrei molto cauto sulla possibilità di risoluzione della street art di alcune problematiche. Può aiutare, può essere, come è successo con Vedo a Colori, un inizio, può innescare un processo o un meccanismo, quello sì, se fatto da persone competenti, con esperienza e preparate. Altrimenti il rischio sono le continue promesse e le cattedrali nel deserto che non portano a nulla. 


M:        Hai mai pensato che ci potrebbe essere uno step successivo che prevede un’ulteriore integrazione, fra le due arti, tale da non distinguere più il predominio dell’una sull’altra?
G:        Assolutamente sì, questo però, fa parte del risultato del percorso di un progettista, di un’artista o di un creativo. Non abbiamo mai un avvertimento che stia arrivando una nuova idea, però nel mio modo di lavorare tengo aperte più possibilità, per cui, essendo io a favore delle evoluzioni, ci sarà sicuramente un salto maggiore rispetto al muro dipinto. Penso che la street art debba, necessariamente, alzare un pò l’asticella, spostarla verso una progettazione a 360 gradi.

M:        Nelle tue opere troviamo sempre un uso calibrato della tipografia. Personalmente credo che tu lo faccia molto bene. Lo fanno molti street artist, ma è chiaro che il tuo intento è quello di essere, oltre che visibile, leggibile. La tipografia semplice, sempre molto contrastata, mai personale - come si potrebbe definire il graffito - lettere sempre molto spaziate, penso diano potenza alle parole che utilizzi. La curiosità è sapere se questi messaggi provengono dalle varie committenze o da una tua esigenza, che introduce un progetto culturale più ampio.
G:        L’uso della parola è importante per me, perché da maggiore forza al dipinto e lo rende, se vogliamo, anche comunicativo, quindi di facile lettura, per chi dovesse essere restio allo stile non propriamente figurativo, ovvero ad astrattismo geometrico, dove di conseguenza non arriva un messaggio più o meno diretto, dato da una figura che tranquillizzi, una figura piaciona, se vogliamo. Invece qui c’è una sfida, una provocazione, c’è qualcosa che ti mette davanti ad un interrogativo, ti infastidisce. Diciamo che io intensifico il muro con un termine. Al momento non ho mai avuto una committenza che mi abbia imposto l’uso di una parola specifica; è sempre stato il frutto di una mia interpretazione nei confronti del muro che vado a dipingere. Chiedo informazioni: sulla città che mi ospita, sul comune che mi invita, sull’ambiente che circonda il muro; raccolgo tutti i dati possibili e da lì nasce il bozzetto, che ha un titolo, che è spesso la parola che uso al centro del muro e rappresenta la fine, la chiusura dell’opera. Quel tipo di ricerca si chiude con quell’opera, che nasce, appunto, non casualmente, ma da una serie di dati che raccolgo, in base ai luoghi che visito e che mi ispirano. Per me è importantissimo ed inoltre vado ad intensificare la ricerca fra architettura, grafica e spazio urbano.

 

M:      In questi anni ti abbiamo spesso visto girare per i corridoi della SAAD frequentando una lezione piuttosto che un’altra, ma di tanto in tanto abbiamo visto il tuo nome associato all’attività di qualche professore o ad alcuni interventi che hai fatto all’interno dei corsi di studio. Come ci si sente ad essere in questa posizione di limbo fra la figura dello studente e il lato opposto della cattedra? Ti senti un po' BL? 

G:        La facoltà di architettura è un amore… un amore che io ho coltivato negli anni e che ho ripreso, perché dopo aver terminato la triennale ho lavorato molto in giro e non ho avuto modo di frequentare subito la magistrale. Solo con i tristi avvenimenti legati al terremoto, qualcosa mi ha spinto a tornare ed ora sto concludendo alternando gli studi ad i miei impegni professionali. In realtà, ho sempre mantenuto un buonissimo rapporto con alcuni docenti; inoltre la ricerca che io sto portando avanti è stata motivo d’interesse per alcuni, così ho iniziato queste collaborazioni che spesso mi vedono dall’altra parte. Considerando che mi piace molto trasmettere conoscenza e insegnare, ho avuto modo di farlo anche alle superiori per un anno come supplente di storia dell’arte, non mi sento particolarmente a disagio, anzi. Ciò che più mi piace è che i professori, di questa facoltà, se hai qualcosa da dire, te lo fanno dire, ti danno la possibilità, c’è fiducia, c’è una certa spinta, per certi versi. Diciamo che spesso giro come una trottola da una parte e dall’altra, questo perché è una facoltà che mi piace e che mi sento dentro; perciò, se posso, aiuto a contribuire per dare una formazione alternativa, portando, magari, in classe dei temi che nessuno aveva mai sviscerato. Questo per me è anche motivo di orgoglio e mi sento me stesso, normale; è un limbo che non mi dà fastidio. Credo che questo derivi dal fatto che una persona deve sempre rimanere con i piedi per terra e sempre umile, anche se a livello professionale sono già arrivate delle soddisfazioni, a scuola ci si va per imparare e non si finisce mai, soprattutto nel nostro mestiere, nella nostra arte.

M:        Durante questi anni in cui stai frequentando la facoltà hai avuto modo di avere degli stimoli che poi hai riportato in alcuni tuoi lavori? 

G:        Sì, ho avuto diversi docenti che mi hanno dato parecchi input. Mi viene da pensare alla professoressa Lupini con paesaggio o il professor Galofaro con interni, dove davvero ho fatto lo switch con alcune tematiche legate al mio lavoro, che diventa architettura. Lo abbiamo sperimentato insieme a Nicolas e Filippo, che sono due colleghi di corso, arredando dall’esterno all’interno, in una simulazione, la galleria d’arte contemporanea Osvaldo Licini. Il professore, vedendo le mie opere grafiche e soprattutto pittoriche, mi ha provocato, in senso creativo, invitandomi a trasformare quelle forme da 2D a 3D; trasformandole abbiamo visto che sono diventate delle sedute, delle lampade, addirittura una copertura per il cortile interno del museo, delle pedane che sostengono dei pannelli video o altro. 

Il tutto è stato molto stimolante e divertente; è stata una delle poche volte, in generale, dove ho veramente capito che a scuola ci si va per apprendere ed imparare. Già in atto ci sono anche altre sperimentazioni, con altre professoresse, molto, molto interessanti, che stiamo portando a termine per la fase teorica, poi passeremo, sicuramente, ad una fase più pratica. Questo è molto stimolante per me, infatti, sono sempre stato dell’idea ed ho sempre sostenuto che la facoltà di architettura debba lavorare verso queste direzioni, perché non deve mai perdere quell’aspetto di arte, quell’aspetto creativo, di ingegno, filosofico e sociale; che, invece, altre facoltà più legate ad una progettazione più strutturata non hanno. Ben venga che ci siano queste fusioni fra idee di un alunno e idee di un professore.

Giulio Vesprini, BOTANY, Struttura G36,​ Orti Alti, Torino, Italia

articolo a cura di Samuele Severini

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